PAZZESCA

dal 1981

VERDE è morta, è stata PAZZESCA VERDE è morta, è stata PAZZESCA VERDE è morta, è stata PAZZESCA
RACCONTO
Immagine del racconto

ATTICO DISTANTE

Non ricordo l’ora esatta. Era notte. Stefanino aveva recuperato un televisore al mercatino di via Portuense, un 65 pollici giapponese del '92, modello raro secondo lui, forse appartenuto a un diplomatico, forse a un tizio morto all’ottavo piano in un condominio infestato lungo il chilometro quattro di Via Latina. Lo aveva sistemato nel suo attico a Marconi, una stanza lunga e spoglia con una finestra su via Blaserna e un divano sfondato dove dormiva da settimane. Io e Lucariello eravamo lì. Guardavamo video su YouTube, uno dopo l’altro, in silenzio. Un playback girato in una stanza tappezzata di peluche. Un uomo che sezionava carne cruda con una spada. Uno schermo diviso in quattro dove si vedevano cani che urlavano in loop. Il plasma vibrava con un ronzio intermittente, come se stesse per esplodere. La luce blu ci tagliava i volti in diagonale. Lucariello si toccava spesso il volto, si tastava il naso, le palpebre, come se dubitasse di essere lì. Io cercavo di concentrarmi sull’audio, ma non capivo da dove provenisse. Stefanino beveva da una bottiglia di vetro, e ogni tanto grattava con l’unghia la superficie del televisore, come per sentire se respirava. L’aria era densa, come trattenuta, passava tra noi come una corrente elettrica invisibile, un pensiero in abisso che aumentava di intensità. I video scorrevano. L’algoritmo pescava dal fondo. Era come se avessimo lasciato i nostri corpi su via Marconi e ci fossimo trasferiti altrove, in una replica vuota dell’attico fatta solo di segnale e riflessi. A un certo punto Lucariello disse: "È lo stesso video di prima, solo tagliato diversamente." Non rispondemmo. Dopo cinque minuti lo disse di nuovo. Poi uscì sul balcone e restò lì a fumare. Tornò e si mise seduto sul bracciolo del divano. Aveva gli occhi lucidi, ma non disse nulla. Erano gli ultimi istanti di quella che da allora in poi avremmo chiamato la nostra vita precedente. In uno dei video — non saprei dire quale — lo sfondo era completamente disintegrato in un pattern rosa e blu, come una frammentazione dello spazio senza punto di fuga, un effetto visivo che impediva la rappresentazione, una tensione nel quadro che non trovava né il senso né la forma. Non era un errore, ma un confine sfuggito. Il codice non riusciva a definire il limite, e lo spazio si ritirava, sottraendosi a ogni tentativo di integrarlo. Il file si interrompeva. Schermo nero, messaggio grigio: *Unknown playback error: buffering timeout*. Rimasi con una cartella piena di link sospesi, due screenshot pixelati, un appunto scritto su un quaderno a righe: “video cani 4x loop – sfondo verde?”, un ricordo distorto della voce di Lucariello che diceva: “è lo stesso video di prima”, più nulla da collegare.

...